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Il corriere – The Mule. Il personale e struggente film di Eastwood

Earl Stone, floricoltore appassionato dell’Illinois, è specializzato nella cultura di un fiore effimero che vive solo un giorno. A quel fiore ha sacrificato la vita e la famiglia, che di lui adesso non vuole più saperne. Nel Midwest, piegato dalla deindustrializzazione, il commercio crolla e Earl è costretto a vendere la casa. Il solo bene che gli resta è il pick-up con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione. La sua attitudine alla guida attira l’attenzione di uno sconosciuto, che gli propone un lavoro redditizio. Un cartello poco convenzionale di narcotrafficanti messicani, comandati da un boss edonista e gourmand, vorrebbe trasportare dal Texas a Chicago grossi carichi di droga. Earl accetta senza fare domande, caricando in un garage e consegnando in un motel. La veneranda età lo rende insospettabile e irrilevabile per la DEA. Veterano di guerra convertito in ‘mulo’, Earl dimentica i principi di fiero difensore del Paese per qualche dollaro in più. Ma la strada è lunga.

Per Clint Eastwood la questione è il tempo che gli resta. Una questione pressante emersa dalle acque del Mystic River e risolta cinque anni dopo in Gran Torino. Walt Kowalski, misantropo irascibile e veterano della Guerra di Corea, sarà il suo ultimo ruolo. Clint Eastwood mette in scena la sua fine, fino alla prossima volta almeno. Perché undici anni dopo, l’autore che beneficia dell’eterna proroga degli dei del cinema, riprende la strada in un road-trip testamentario supplementare.

Ma Il corriere – The Mule è più di questo, più del nuovo ritratto di un vecchio eroe reazionario che monda i suoi peccati. Per Clint Eastwood non è più il tempo di scrivere la sua leggenda e di giocare col suo mito. Perfettamente cosciente di quello che suscita, si diverte ma resta secco e autentico dietro le rughe di un uomo che non ha più l’angoscia di invecchiare ma la paura di morire. 

Quando appare sullo schermo il cuore si ferma perché Clint Eastwood è sempre maledettamente bello, col suo sguardo chiaro, il sorriso franco e quella silhouette torreggiante che non ha perso niente della sua eleganza ma che non può e non vuole nascondere il peso delle sue primavere, quella vulnerabilità che accompagna la vecchiaia. Al tempo che incalza, come gli scagnozzi del cartello messicano, l’autore risponde rallentando. 

Il ritmo in The Mule, dopo la frenesia di American Sniper e le sperimentazioni di Ore 15:17 – Attacco al treno, è quello di un uomo cosciente che non gli rimane più molta strada da percorrere ma che non ha davvero nessuna fretta di arrivare a destinazione. A bordo di un Ford F-100 degli anni Settanta si gode il viaggio. The Mule è il secondo film ‘fordista’ di Eastwood dopo Gran Torino, titolo dedicato a un’altra luccicante muscle car della Ford. La fascinazione per il fordismo, peculiare metodo di produzione a catena, spiega forse la cadenza infernale con la quale il regista realizza i suoi film, trentotto dal 1971 e il trentanovesimo è già ‘in montaggio’ (Impossible Odds).

Solido come un mito, lucida la sua ‘carrozzeria’ e avanza nel film radioso, col cappello in testa, increspando il sopracciglio, canzonando degli spacciatori armati fino ai denti, regalando fiori alle signore o cantando canzoni al volante, impeccabile florilegio di country e di soul, lungo le autostrade vuote del Midwest. Basta guardarlo, osservare con attenzione tutti i suoi gesti, che costituiscono la materia prima del film, per indovinare cosa lo anima a ottantotto anni: cavare tutta la vitalità che rimane nel suo corpo e in quello della sua nazione, i due finiscono sempre per coincidere nel suo cinema. Corpi di cui non smette di sondare le crepe e le contraddizioni. Ma è troppo tardi per colmarle, manca il tempo, e allora è meglio forse prendere quello che si può. Per farlo, Eastwood trova il travestimento perfetto: quello di un bianco un po’ misogino e un po’ razzista, tanto conservatore e tanto vecchio, così vecchio che nessun poliziotto potrebbe mai sospettarlo. Il perfetto criminale è un americano medio, irreprensibile e inoffensivo. Il buon repubblicano si converte in mulo del cartello e sfida la legge, incarnata dall’agente di Bradley Cooper, eco lontano ma invertito, cacciatore e non cacciato, di Kevin Costner in Un mondo perfetto

In un mondo regolato dal politicamente corretto, il suo Earl ha un linguaggio e un comportamento irriducibilmente inappropriati, tratta i messicani da “fagioli rossi”, prende le lesbiche per uomini e chiama “negro” un viaggiatore afroamericano in panne sul bordo della strada. Se nella vita Eastwood disprezza apertamente il politicamente corretto e insiste sulla responsabilità individuale, nel cinema è infinitamente più sottile. 

The Mule non fa che ribadire la complessità, la ricchezza e anche il carattere (in)discutibile del suo cinema. Repubblicano di fatto, libertario di cuore, come il suo Earl ha una ‘buona parola per tutti’ ma non esita mai quando si tratta di difendere i più deboli. In una scena narrativamente gratuita, e appassionante nella sua gratuità, Eastwood rivela la paura viscerale di un automobilista latino fermato dalla polizia durante la battuta di caccia ‘al mulo’. Pochi minuti per regolare i suoi conti col razzismo e gli abusi di potere della polizia americana. Chi conosce la sua opera non sarà forse troppo sorpreso ma vederlo incarnare quei valori, donarsi anima e corpo, divorare il cinema con desiderio, rassicura. 

Trasposizione di una storia vera, quella di Leo Sharp, veterano della Seconda Guerra Mondiale arrestato a novant’anni per traffico di droga e ossessionato unicamente dai suoi fiori, The Mule permette a Clint Eastwood di elaborare il rimorso per i suoi cari dietro e davanti alla m.d.p. Non è un caso che Alison Eastwood interpreti il ruolo di Iris, figlia ferita dalla negligenza di un padre a cui non rivolge più la parola. Come Earl, Clint ha sacrificato la vita personale alla passione professionale, come lui prova a incollare i frammenti di quella vita davanti alla morte dell’altra. Lui che si è filmato morire tante volte, adesso veglia impietrito la fine di chi ama. Per Dianne Wiest nel film, per Sondra Locke nella vita, l’attrice ed ex compagna morta a novembre, Earl cambia itinerario e Clint firma un film personale e struggente. Un comeback di contrabbando che disegna un riavvicinamento possibile tra padre e figlia senza minimizzare mai le ferite del passato. 

Niente adesso conta più per lui che rivedere i volti amati, prima che svaniscano, prima che lui svanisca, gringo bianco e obsoleto, leggenda salda e fantasmatica, inafferrabile per la DEA e per il pubblico. Nella scena orizzontale in Messico, incongrua per qualsiasi altro vegliardo, Earl è sedotto a letto da due prostitute e Eastwood spegne la luce, insinuando di fatto un sospetto sulla presenza reale del trio. La verticalità non è più da ricercare, Clint Eastwood non ha più niente da dimostrare e procede oltre e verso quell’ultimo movimento laterale che abbraccia tutta la superficie, manifestazione sensibile della sua spettralità. Nell’epilogo avanza a sinistra dello schermo ed esce di scena. Gli resta un’ultima frontiera ma fino ad allora continuerà a coltivare il suo giardino


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Scritto da su Mar 1 2019. Archiviato come Cinema. Puoi seguire tutti i commenti di questo articolo via RSS 2.0. Puoi lasciare una risposta o un trackback a questa voce

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